#RACCONTI IN-PROVA: mortadella crime

«Fui svegliata quella stessa notte dalla scamorza, che aveva il compito di fare da palo, per non avere testimoni».

//MORTADELLA CRIME//

 

Il frigorifero era stracolmo ed era estate.
Si capiva dal via vai di frutta che transitava, con le ore contate, prima di essere spremuta o fatta a pezzettini.

Eravamo tutti stipati senza darci fastidio l’uno con l’altro e, tutto sommato, si stava freschi.
Ai ripiani alti i formaggini passavano il tempo a scommettere su chi sarebbe stato consumato entro scadenza oppure buttato, come spesso accadeva.
Quelli stagionati, invece, consapevoli della loro durata, si rilassavano fantasticando con quale confettura sarebbero stati prima o poi abbinati. C’era chi preferiva le bionde, chi le more e chi andava matto per le rosse.
Nel cassettone, le verdure si scambiavano racconti di vita vissuta nei campi all’aria aperta, prima di essere ammassate in cassette di plastica.
Quelli si che erano bei tempi. Per non parlare delle ammaccature subite durante il viaggio, che si mostravano a vicenda con orgoglio, per arrivare in squallide scatole di lamiera refrigerate.
I più chiassosi erano i meloni che si divertivano a spaventare i mirtilli fingendo di rotolare su di essi. Le arance invece facevano lo scivolo dal cocomero creando il panico tra i kiwi.
Limoni e banane si appartavano dietro l’ananas, fragole e pesche sparlavano contro chi non era di stagione.I più silenziosi erano gli yogurt, che spesso e volentieri erano i primi a essere consumati mentre nello sportello le uova si divertivano a fare le biglie impazzite. Le birre facevano festa tutte le sere flirtando con le toniche e le altre bibite.
Insomma, c’era un bel clima.

Poi un giorno arrivò lui. Arrogante, presuntuoso e snob.
Fu messo vicino a noi comuni salumi ma subito si spostò dall’altro lato del ripiano per non avere nessun contatto.
Si dava delle arie, diceva di essere pregiato per via della sua stagionatura e delle sue origini D.O.P. e ci considerava dei semplici prodotti da banco.
Si vantava di quel suo grasso tenero che si scioglie in bocca e non faceva altro che mostrare le sue fettine sottili da dentro il suo involucro.
Non gli andava mai bene niente, si lamentava per ogni odore ed era insofferente a ogni rumore.
Non sopportava i fagiolini che giocavano a shangai ogni martedì sera, faceva sempre piangere il gorgonzola per via delle esalazioni che emanava e ce l’aveva con la bresaola per via della sua magrezza.
Fece a pugni col cotto, diede una spinta alla pancetta ed ebbe da dire col roast-beef. Il lardo poi non lo considerava un suo degno derivato.
Per non parlare di me, quella che chiamava tutta ciccia e brufoli. Gli facevo schifo, gli si leggeva in faccia, si capiva da quel suo sguardo crudo.
L’unica con cui legò fu la burrata ma anche con lei durò poco. Un giorno le diede della terrona di fronte alla formaggella e la fece inacidire.
La situazione era veramente insostenibile, bisognava fare qualcosa per il bene di tutti o, altrimenti, sarebbe scoppiato un minestrone.

Ne parlai col sedano, il salame e la scamorza.
Nessuno voleva finire il resto dei suoi giorni in quel clima poco conviviale. Si doveva agire il più in fretta possibile, e soprattutto, doveva sembrare un incidente. E mi venne subito in mente il da farsi.

Fui svegliata quella stessa notte dalla scamorza, che aveva il compito di fare da palo, per non avere testimoni.
Lui russava profondamente, molto più del solito, e fu il momento perfetto per mettere in atto il piano e liberarci da quel peso.
Dovevamo muoverci cauti per non svegliare nessuno, altrimenti sarebbe andato tutto a rotoli.
Il salame mi spinse verso di lui.
Ci fu uno scricchiolio ma nessuno sembrò accorgersene. Dal basso, il sedano lo spinse in avanti mentre io con il mio corpo facevo in modo che seguisse la direzione.
Non era facile muoversi al buio ma con un po’ di pazienza riuscimmo a spostarlo sul bordo e lasciarlo in bilico. Per un attimo smise di russare, come se stesse per svegliarsi, ma poi riprese con la stessa intensità di prima.
Ritornammo ai nostri posti ma con l’adrenalina in corpo per quello che sarebbe successo l’indomani. Nessuno si era accorto di niente e, al di fuori di noi, nessuno avrebbe saputo niente.

Mi svegliò il rumore di stoviglie e della macchina del caffè che borbottava.
Era arrivato il giorno che avrebbe finalmente cambiato le cose.
Dormivano ancora tutti e lui era lì, in bilico con il suo destino, e ignaro che quel giorno avrebbe perso per sempre la sua scioglievolezza.
Udii dei passi avvicinarsi. Ci siamo. E’ questione di secondi, pensai.
Una luce improvvisa mi penetrò negli occhi tanto da non farmi vedere nulla per qualche secondo. Udii solo qualcosa che sbatteva e poi sentii uno splash.

Il tonfo fu pesante, i suoi tre etti si sentirono tutti. Era andato.
Probabilmente non ebbe neanche il tempo di capire cosa stesse succedendo, non udimmo urla. Buon per lui.
Non lo rivedemmo più da quelle parti e tornammo a essere quelli di sempre.
Nessuno si chiese cosa fosse successo né sentì la sua mancanza.­

 

(Questo mio racconto è stato selezionato dallo scrittore Cristiano Cavina, che RINGRAZIO, e pubblicato su settesere, settimanale d’informazione della Romagna, in uscita oggi🤘🏻).